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PER UNA LETTURA CORRETTA DI DATI E FENOMENI CRIMINALI

Sul sito del Sole 24 ore (www.ilsole24ore.com) il 17 novembre 2014 è stato pubblicato questo articolo del nostro Maurizio Fiasco dal titolo “La grande crisi non sia un alibi”.

Le nuove pagine della Grande Crisi economica (e delle sue evidenze sociali) compongono il racconto della questione criminale, quale risulta dai segnali dei dati più recenti sui delitti.

Delinquenza cronicizzata dei recidivi, nuova popolazione deviante risucchiata nell’illegalità dal procedere della recessione. Già, ma “irregolare” come? Non solo per le depredazioni che commette lungo le strade e dentro le piazze, vale a dire con i soliti scippi e borseggi, che rappresentano il pendant dei furti nelle abitazioni o (un po’ meno) delle rapine. Vi si aggiunge una marmellata di microcriminalità economica, cioè di raggiri di piccolo importo, di frodi in commercio banali, di modeste (per valore monetario) falsificazioni, di bancarotte e fallimenti programmati. Small Time Crooks, delinquenti da strapazzo che però mandano in rovina tanti commercianti, industriali, artigiani, piccoli esercenti. Oppure, come accade anche nelle province medie del Nord, inquinamento dei rapporti d’affari arrecato da intermediari che simulano di procacciare finanziamenti di piccola entità agli imprenditori e alle famiglie, per quindi afferrare anticipi e “spese” e poi sparire. Da non trascurare, inoltre, il panorama delle truffe via web e nelle transazioni con la moneta elettronica.

Scenario composito, dunque, di un fenomeno proteiforme che è scarsamente commentato, ed è invece effettivo. Almeno molto di più della fondatezza di un allarme, anzi di uno stereotipo, quale la paura per le violenze estreme: presenti in modo inflazionato nei talk show e nelle trasmissioni televisive sul giallo domestico. Ma che anche nel 2013 sono diminuite, e di ben un ventesimo (cioè meno 5 %) sull’anno precedente. Nuovo minimo storico della violenza omicidaria dall’Unità a oggi.

È fin troppo facile osservare che con il ritorno al “lavoro” di qualche migliaio di delinquenti istituzionalizzati (cioè ristretti nelle carceri sovraffollate e perciò alleggerite con i provvedimenti di clemenza) sono aumentati gli episodi di reati diffusi nelle strade: poiché la riduzione di quel controllo sociale “ferreo” insostenibile (il carcere dove il sovraffollamento violava la dignità dell’uomo) non è stata compensata con una più articolata strategia di contenimento sui territori urbani, centrali e periferici. Non ci riferiamo al modo d’intervenire tradizionale delle forze di polizia, che peraltro hanno sensibilmente elevato la frequenza di arresti e denunce di autore noto. La galassia dei delitti si è comunque dilatata, anche con fenomeni a bassa intensità, ma ad alto costo finanziario e gestionale. Prendiamo, per tutti, gli episodi quotidiani di furto di rame: il denaro ricavato dai ladri è esiguo – in modo sconcertante – se lo paragoniamo al valore dei danni arrecati alle linee ferroviarie e ad altre infrastrutture, come è stato, giorni fa, per il metallo strappato alle turbine delle idrovore del Tevere nelle ore della paventata piena (poi fortunatamente non accaduta) del fiume. Possibile che alla duttilità della delinquenza in action non segua un ben coordinato processo di controllo sia fisico e sia conoscitivo?

Dalle molte vicende si ricava un inventario di fatti delittuosi che è tempo di analizzare con maggiore competenza e con un’idea, finalmente, della sicurezza pubblica in questa stagione di grave crisi economico-finanziaria. È anacronistico procedere “a catalogo”, con meri dispositivi, senza enunciare un indirizzo strategico, senza scendere su opzioni chiare di servizio, di modello organizzativo, di valori cruciali che il sistema di sicurezza pubblica persegua in coerenza con un disegno governativo di fuoriuscita dalla crisi. Senza tale prospect intellettuale e etico-politico, siamo condannati alla contesa tra tagli finanziari alla spesa per gli apparati (chi non ricorda l’avvertimento “sindacale” sul blocco degli stipendi delle forze dell’ordine?) e reclamo per l’insorgenza di reati, disordine, inciviltà. La medicina amara della revisione della spesa pubblica, in questo senso, non può rappresentare l’alibi a ridurre prestazioni e servizi. È troppo auspicare l’immissione di nuove idee, di paradigmi della responsabilità del servizio, d’incentivo morale (e parzialmente materiale) al merito, al contributo creativo? Si, forse sarà troppo, ma almeno si può interrompere il flusso della retorica delle lamentazioni? Perché la sicurezza è un valore pubblico, e la Grande Crisi – la sua dura realtà – non va invocata per attenuarne la disponibilità alle città e ai loro abitanti.

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