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Censis: l’Italia prova a ripartire

Contrastanti i messaggi che emergono dal 47° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese presentato a Roma il 6 dicembre: una società “sciapa” (senza il fervore del sale, ha spiegato il presidente De Rita), ma anche alla ricerca di una connettività che la faccia ripartire. Con i segnali che ci sono e dai quali ripartire. Se solo ci fosse un sistema pubblico in grado di coglierli e di valorizzarli…

Per Giuseppe Roma, Direttore del Censis, è stato: “Un anno difficile e importante. Casa Italia-ha subito uno smottamento. Forse questo lento scivolamento verso il basso si fermerà Cosa lo ha fatto fermare? In questi cinque anni cosa è stato capace di puntellare il nostro Paese?

La Famiglia che pur con meno reddito ha messo in campo diverse energie, delineando un nuovo piccolo modello di consumi (discount, piccolo mercato, rete web…). È una sobrietà imposta, ma tutto sommato è una logica di nuova modalità di rapportarsi ai consumi. Siamo abituati a considerare una famiglia che diminuisce in numero, ma in realtà l’economia della famiglia si rapporta ora ad una rete di relazione molto più ampio, 8,6 componenti di media, che hanno comportato che otto milioni di famiglie spendono trecento euro al mese per aiutare componenti che non ce la fanno. Ecco l’importanza del Welfare familiare.

Altro aspetto oggi è che anche chi ha i soldi non spende. Non sa se è come dovrà spendere perché la confusione fiscale (vedi Imu) mette incertezza. E’ aumentato quindi quest’anno la propensione al risparmio.

Poi c’è la forza dell’impresa diffusa. I negozi alimentari di vicinato, l’ambulantato… Cresce poi del 23 per cento il commercio on-line. Anche le piccole imprese sono sì diminuite ma aumenta l’export, meglio della media e grande impresa. Anche la piccola impresa crea novità. E poi la crisi riesce a fare aggregare, a mettere insieme per resistere.”

Quest’anno abbiamo – aggiunge Roma – si sono manifestate fenomenologie specifiche nuove: a riguardo di donne, immigrati, giovani.

Le donne fanno più imprese degli uomini, e non solo nel saldo fra nascite e morti. Le donne però, purtroppo, nei ruoli dirigenziali contano poco.

Immigrati: una grossa novità dell’anno è che 85mila lavoratori autonomi e imprenditori hanno dipendenti italiani. C’è quindi una sostanziale integrazione nell’impresa.

I giovani. Da un’indagine via blog abbiamo capito che i giovani italiani che vivono all’estero Nn sono né cervelli in fuga né emigranti. Sono navigatori di un mondo globale, che conoscono il mondo, vogliono approfondire le loro esperienze e scoprire persone. 1.300.000 famiglie hanno un congiunto che fa un periodo di lavoro o di studio all’estero. Proviene da realtà metropolitano e ceti medio alti. 11 per cento di famiglie. Il punto drammatico è che si va all’estero perché sono paesi più ricchi che danno opportunità e che in Italia non si trovano. Il clientelismo non vive molto all’estero. I giovani che vanno a lavorare all’estero dicono che in Italia c’è “un imbarbarimento” e “non funziona niente”. ll punto è che quando si ha un’idea un progetto di vita e di professionalizzazione di qualsiasi genere in Italia è difficili realizzarlo. Questo è un patrimonio, una riserva per il nostro Paese, che bisogna coltivare.

Roma poi spende un accenno (rinviando alle tabelle) al nostro sistema produttivo (con un Pil in evidente forte calo). L’industria nel nostro mercato mondiale c’è ed è anche forte – dice. Il settore dei servizi però non è simmetrico. Nell’era digitale l’economia dovrebbe essere molto innovativa. Abbiamo un settore terziario molto arretrato, legato alla famiglia e poco alla rete. Altro dato: i nostri servizi non sono internazionalizzati ma molto legati al mercato locale. Siamo gli unici ad avere un saldo di bilancia commerciale nei servizi in passivo. Ecco perché la dimensione del terziario avanzato comporta una rivoluzione delle mentalità.

Dobbiamo rovesciare l’idea che con la cultura non si “possa mangiare” e che serve invece anche a sviluppare l’identità nazionale. Facciamo della cultura un comparto che fattura come la Francia e aumenteremmo dell’1 per cento il nostro Pil. Solo l’8 per cento di italiani ha una frequenza alta o medio alta con un alche prodotto culturale, molto più basso di alti paesi. Un altro aspetto che quest’anno ha dato fiammella di speranza sono le 21 città che si sono candidate a capitale europea della cultura per il 2019

C’è però – in conclusione – un avvitamento della vita collettiva, la politica. Ben il 39 per cento delle famiglie non si interessa di politica. E allora come andrà a finire? Si è chiesto. Ottimismo: bene, perché il mondo sta andando bene e la storia non finisce. Il punto e come e usando ci arriveremo anche noi. Dipende da se e come prevarranno le energie che finora hanno consentito di reggere la casa.

Più articolato e complesso il discorso del presidente del Censis Giuseppe De Rita

Noi del Censis – ha esordito – siamo stai lì per anni ad analizzare e guardare la continuità del sistema in una realtà italiana che sogna la discontinuità. Noi italiani abbiamo il vizio di essere “guardoni” e discontinui. Noi siamo lì a ragionare su cose che discontinue non sono e che vanno in circuito che va a pochi.

Dobbiamo continuare a fare un lavoro sulla discontinuità. Cosa ci propone il mondo dei media e della politica? Tre temi: siamo sull’orlo dl baratro, ci vuole stabilità, non abbiamo classe dirigente. Sono tre carte che vengono giocate ripetutamente da un mago che se le gioca spesso mischiate, e la dialettica politica si incarta su quarte tre cose. Soprattutto sul concetto di stabilità: si stabilisce che la la stabilità è l’obiettivo fondamentale di una classe e dirigente degna di questo nome … per non cadere nel baratro.

Abbiamo cercato la discontinuità nel cercare l’equilibrio, ma non abbiamo capito che il disequilibrio era nel sistema e andava fatto rifluire in esso. Il mare è il luogo delle tempeste, del conflitto di forze sotterranee che alla fine forse devono esplodere. Noi abbiamo avuto l’obiettivo di calmare il mare, abbiamo occluso il conflitto politico. La reinfetazione e l’ammorbamento del conflitto, una regressione.

Il sospetto verso il conflitto ci ha creato problemi. Dove vanno i problemi e le energie se ci si incanala verso la stabilità forzata?

La seconda “carta” è che “non abbiamo classe dirigente”, è vero, ma banale. E’ più corretto dire che la classe dirigente sta giocando un gioco tutto suo, il gioco di enfatizzare i fenomeni per legittimare se stessi. Oggi si legittima attraverso l’enfatizzazione della crisi e di conseguenza “non c’è nessun altro che me per poterla risolvere”. Vedi la questione dello spread da ridurre. C’è una specie di piccolo gruppo che dice che se la ripresa c’è solo io lo posso seguire. Questa enfatizzazione sta portando ad un impoverimento della classe dirigente nel suo complesso e del Paese. Poi, però, quella stessa classe dirigente non è capace di governare la crisi perché era stata solo capace di enfatizzarla. E ciò, inoltre, accompagnato dal fatto che si parla sempre più di contestuale crisi della società civile. La società civile non c’è più esaurita in una logica moralista di contestazione.

Sono due carte da “andare a vedere”. Oltre alla prima, il baratro.

Il baratro è diventato qualcosa di non chiaramente spiegato. Dove sta il baratro!? È un concetto così indistinto e ansiogeno che può, paradossalmente, essere rimosso. Negli ultimi due anni lo ha rimosso il Paese intero cercando di capire se sopravvivere. È questo il profilo che abbiamo intravisto l’anno scorso. Ed è valido per tutti. È un vivere oltre, sopra, in cui non c’è soltanto l’istinto animale ma anche il desiderio di cambiare se stessi e di riposizionarsi per vivere meglio. Quindi c’ voglia di sopravvivenza, ma siamo stremati? Sì, perché in questi anni abbiamo perso il “fervore” dell’operatore e un po’ di felicità Il fervore che nel dopoguerra ha caratterizzato l’Italia. Il fervore del sale che crea il mutamento degli elementi. Siamo diventati una società un po’ sciapa. Così come manca di felicità: il nostro processo di sviluppo passato ci ha reso felici, dall’impiegato pubblico all’operaio che si è messo in proprio. Ora siamo infelici perché abbiamo perso la nostra mobilità sociale. Per la nostra collocazione sociale ferma, dove c’è il blocco della dinamica sociale c’è il germe della infelicità. Il problema è capire se c’è ancora un po’ di fervore e se si può rimettere in moto il cambiamento sociale. Anche su fatti che non riguardano l’economia come la politica e il sociale.

Dove sta il fervore, se c’è ancora? In tutti quegli elementi che hanno fatto sopravvivenza, lo scheletro agro contadino; nella capacità mercantile degli imprenditori commerciali; in quell’artigianato che sta diventando un punto di riferimento anche nell’innovazione digitale; nelle solidarietà locali; sta e nella famiglia; nelle donne e nei giovani, nelle imprese legate al territorio, nelle comunità, negli immigrati. E nelle sfide nuove, nella riforma del Welfare e nella digitalizzazione. Al Welfare State si accompagna ora quello comunitario e quello privato contrattuale. C’è poi un ritorno ad un logica mutualistica. C’è uno spazio enorme da coltivare. E poi la digitalizzazione, che non è più solo una dimensione di consumismo di telefonini, ma vera innovazione di sistema.

Cosa lega questi elementi? La connettività che non è solo coesione sociale, che non è neppure connessione tecnica, ma è vivere insieme, pensare insieme, programmare. La connettività ha problemi e slabbrature ma quelle cose che ho detto prima si fanno solo se c’è connettività. Ma non è facile.

È il termine vero della continuità, del giorno per giorno, la sfida non è solo di accettarla, ma di coltivarla. La connettività non va in alto ma lavora in orizzontale. La dimensione in verticale è un meccanismo che si è rotto e che non funziona. È un dramma per chi fa politica e che tenta riforme istituzionali. C’è una enorme capacità di sviluppo nella connettività orizzontale. La realtà è in periferia, e se fossi giovane ritornerei da lì.

TRE BOX DAI COMUNICATI DEL CENSIS

Una società sciapa e infelice in cerca di connettività

Il crollo non c’è stato, ma troppe persone scendono nella scala sociale. Nuovi spazi imprenditoriali e occupazionali in due ambiti: revisione del welfare e economia digitale. Il sistema ha bisogno e voglia di tornare a respirare, oltre le istituzioni e la politica

Le energie affioranti per ripartire

Il sistema ha tenuto con fatica. I soggetti emergenti: donne imprenditrici, lavoratori stranieri, giovani che vivono all’estero. Ora puntare sul settore dei servizi (anche oltre confine), l’industria della cultura, l’edilizia innovativa, i grandi eventi internazionali

 

Quei trend di consumo che parlano di un Paese smarrito. I consumi descrivono un Paese sotto sforzo, profondamente fiaccato da una crisi persistente. Dai primi anni 2000 a oggi sono diminuite del 6,7% le spese per prodotti alimentari, del 15% quelle per abbigliamento e calzature, dell’8% quelle per l’arredamento e per la manutenzione della casa, del 19% quelle per i trasporti. Viceversa sono cresciute alcune spese incomprimibili, come quelle per le utenze domestiche e la manutenzione della casa (+6,3%) e quelle medico-sanitarie (+19%). Nell’ultima parte del 2013 ben il 69% di un campione di 1.200 famiglie analizzate dal Censis e Confcommercio ha indicato una riduzione e un peggioramento della capacità di spesa nel corso dell’anno, appena il 2% ha indicato un miglioramento. L’incertezza assume spesso la forma della preoccupazione e dell’inquietudine: il 52% delle famiglie sente di avere difficoltà a preservare i propri risparmi, quasi il 50% teme di non riuscire a mantenere il proprio tenore di vita. In questo contesto, quasi il 50% prevede di moderare e di contenere, nei prossimi mesi, le spese familiari.

Inviato da iPad

 

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