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Azzardopoli: chi Mette in Gioco l’ Anima di un Paese

In questa inchiesta, firmata da Gian Antonio Stella e  apparsa sul Corriere della Sera del 5 febbraio, il consulente della Consulta delle Fondazioni Anitusura (nonché socio fondatore di Pro.Seguo) Maurizio Fiasco, insieme ad altri esperti fa il punto sul fenomeno (socio-psicologico ma soprattutto economico) del gioco d’azzardo.http://archiviostorico.corriere.it/2012/febbraio/05/chi_Mette_ 

Vale la pena di giocarsi l’ anima di un Paese per lo 0,14% del denaro che c’ è sul piatto? Sarebbe ora che lo Stato Biscazziere se lo chiedesse. Perché quella è la percentuale che ricava oggi l’ erario sul totale del fatturato dei «casinò online» recentemente aperti col via libera del governo per fare cassa: 2.171.000 euro su un totale di un miliardo e 557 milioni. Una miseria Le associazioni di volontariato nemiche della droga, delle mafie e dell’ usura, appoggiate in modo sempre più pressante dalla Chiesa, quella dei parroci e quella dei vescovi, lo gridano sempre più allarmate. Dieci anni fa gli italiani, popolo storicamente di risparmiatori, si giocavano al Lotto, al totocalcio e nelle lotterie circa 4 miliardi di euro: nel 2011 se ne sono giocati «legalmente», con tutti i giochi aggiunti, venti volte tanto, cioè 76 miliardi. Più un’ altra decina, secondo le stime più prudenti, nel circuito illegale. Vale a dire che, se è vero che il totale dei consumi delle famiglie italiane potrebbe essere nel 2011 intorno agli 830 miliardi, oltre un decimo se ne va oggi nell’ azzardo governativo e in quello parallelo mafioso, ‘ ndranghetista e camorrista. Che troppo spesso, anzi, si toccano fino a contaminarsi. Il cardinale Angelo Bagnasco, che starebbe per lanciare una campagna contro questa deriva, campagna anticipata dall’ impegno di Avvenire , l’ ha già detto: si tratta di «una nuova droga da cui bisogna guardarsi con grande determinazione e consapevolezza». Lo Stato no, non sembra affatto consapevole. Non solo non riconosce nella dipendenza dall’ azzardo una malattia sociale come sostiene l’ Oms (anche se meritoriamente certe Asl lo fanno per proprio conto) ma sembra lui stesso ragionare con la psicologia di un drogato. Quando iniziò a vendersi l’ anima dei cittadini più deboli spingendoli a giocare di più, per uscire dalle secche della crisi del 1992/93, l’ erario ricavava dai giochi, tutti insieme, circa il 32%. Poi ha cominciato ad accontentarsi di quote sempre più basse, più basse, più basse. Fino ad arrivare a un prelievo complessivo del 12%. Che precipita sui giochi online all’ 1,8% e giù giù fino allo 0,14 di cui dicevamo sui «Casino» via web. Briciole. Briciole avvelenate. «È un gioco a perdere», attacca Don Luigi Ciotti, che con Libera ha appena pubblicato un durissimo dossier, «Azzardopoli». Sotto accusa, in un documento firmato da lui e dai responsabili di altre quattro associazioni nemiche dell’ usura, c’ è anche il materiale multimediale distribuito dai Monopoli nelle scuole. Un progetto che vorrebbe spiegare ai giovani cos’ è il «gioco legale e responsabile» ma che, dicono gli accusatori, finisce per essere così ambiguo che di fatto «incita a giocare». Un esempio? «I risultati del test si permettono di dire, a un giovane che dichiara di non apprezzare il rischio e il gioco d’ azzardo: “Ti manca solo una frusta tra le mani… Lo spirito del bacchettone aleggia sulla tua testa! Per te non esistono colori, tutto è bianco o tutto è nero. Il gioco è rischio e a te i rischi non piacciono, meglio aggirare gli ostacoli. Così facendo, però, perdi tutte le sfumature della vita. Integerrimo… o semplicemente rigido come un ghiacciolo appena tolto dal freezer? Urge ammorbidente”». Di più: «Il profilo ritenuto migliore dal test è quello di chi dichiara di giocare d’ azzardo almeno un po’ : “Tutto sommato hai una buona idea di cosa sia il gioco. Non sei un fanatico, ma non ti fai mancare una partitella ogni tanto… giusto per tenerti in allenamento. Il tuo motto? Poco non fa male nemmeno il veleno!”». Insomma, scrivono Matteo Iori (Conagga: Coordinamento Nazionale Gruppi Giocatori Azzardo), don Armando Zappolini, (Cnca: Coordinamento Nazionale delle Comunità d’ Accoglienza), don Luigi Ciotti (Gruppo Abele e Libera) e Graziano Bellio (Alea), la campagna «Giovani e gioco», come hanno chiesto a Monti alcuni parlamentari, «va immediatamente sospesa». Così come fu sospeso tempo fa, ricorda Maurizio Fiasco, sociologo della Consulta AntiUsura, uno spot sempre dei Monopoli: un ragazzo usciva di casa confidando la sua eccitazione a papà complice, entrava in una ricevitoria, mostrava la carta d’ identità a una bella ragazza che gli aveva chiesto se era maggiorenne, comprava dei «Gratta e Vinci» e finalmente, entrato giocando nel mondo degli adulti, incitava felice lo spettatore: «La prima volta non si scorda mai. Innamórati del gioco legale e responsabile». Che i Monopoli abbiano avuto dallo Stato un compito ingrato bisogna ammetterlo. Non deve essere facile, sotto il profilo etico, ma anche pubblicitario, convincere un popolo di ex-risparmiatori che il demone del gioco, in piccole dosi omeopatiche, fa bene alla salute. Chiunque abbia letto Fëdor Dostoevskij ha le vertigini: «Ero quasi febbricitante: misi tutto quel mucchio di denaro sul rosso e, di colpo, mi riebbi! Una volta sola, nel corso della serata e per tutta la durata del gioco, mi percorse col suo brivido gelido la paura, che mi fece tremare le mani e le gambe. Con terrore percepii e compresi allora immediatamente quello che avrebbe significato per me perdere…». Eppure lo Stato, negli ultimi anni, pensando che fosse meno impopolare che mettere loro «le mani in tasca», non ha fatto che spingere i cittadini a giocare, giocare, giocare. Con una accelerazione da spavento. Soprattutto nell’ ultimo decennio. Numeri alla mano, rispetto ai consumi totali delle famiglie (dalle bollette all’ affitto, dal cibo alle vacanze: dati Istat) gli italiani nel 2000 si sono giocati nelle «bische di Stato» circa 4 miliardi su 812, nel 2003 ben 15,4 su 826 (pari neppure il 2%), nel 2007 quasi il triplo e cioè 42,1 su 863 (il 5%), nel 2010 della grande crisi e della flessione del Pil una ventina in più vale a dire 61,4 miliardi su 851: il 7,2%. Fino al record dell’ anno scorso, stimato come dicevamo intorno ai 76 miliardi di puntate legali su un Pil ancora in calo. Un affare per i concessionari tra i quali, come rivelò mesi fa un’ inchiesta di «Report» di Milena Gabanelli, sono entrate non solo società dal profilo ambiguo («i reali azionisti sono talvolta nascosti dietro società fiduciarie» e le tracce dei soci «si perdono a Malta, in Lussemburgo, oppure nelle Antille») ma addirittura la Mondadori di Marina Berlusconi con la sua «Glaming» e le Poste attraverso «Postemobile». Una scelta motivata con spiegazioni in «managerese» sulla necessità di «sviluppare sinergie commerciali di cross-selling e up-selling , per esempio mobile gaming e mobile broadband ». Punto d’ arrivo: l’ apertura anche d’ un account per chi gioca a «poker cash». Dove, lasciato alle spalle il vecchio «torneo» in cui al massimo potevi perdere 100 euro, spiega Maurizio Fiasco, «ci si può giocare via via anche la casa». «Si resta senza parole – ha scritto Sergio Rizzo -. Nell’ immaginario collettivo le Poste sono un po’ come i carabinieri. Spesso gli uffici postali, in alcuni paesi, sono perfino di più: l’ unico segno dell’ esistenza dello Stato». Valeva la pena di risucchiarle nella giostra impazzita dello Stato biscazziere? Ma dai… Cosa siamo diventati? «Un paese dove si spendono circa 1.260 euro procapite (neonati compresi) per tentare la fortuna che possa cambiare la vita tra videopoker, slot-machine, gratta e vinci, sale bingo», risponde spaventato il dossier «Azzardopoli» di Libera, «dove si stimano 800 mila persone dipendenti da gioco d’ azzardo e quasi due milioni di giocatori a rischio». Un paese dove questo gioco, con i numeri che abbiamo detto, «è “la terza impresa” italiana, l’ unica con un bilancio sempre in attivo e che non risente della crisi che colpisce il nostro Paese». Dove «quando il gioco si fa duro, le mafie iniziano a giocare: ben 41 clan che gestiscono “i giochi delle mafie” e fanno saltare il banco. Da Chivasso a Caltanissetta, passando per la via Emilia e la Capitale. I soliti noti seduti al “tavolo verde” dai Casalesi di Bidognetti ai Mallardo, da Santapaola ai Condello, dai Mancuso ai Cava, dai Lo Piccolo agli Schiavone. Le mafie sui giochi non vanno mai in tilt e di fatto si accreditano ad essere l’ undicesimo concessionario “occulto” del Monopolio di Stato». Soprattutto nel Mezzogiorno, ma non solo se è vero che in tutta Italia sono migliaia e migliaia le «slot» che avrebbero dovuto essere collegate con il terminale informatico dei Monopoli e non lo erano. Per non dire dei nuovi «aggiustamenti» informatici sempre più difficili da scoprire messi a punto dalla criminalità per fregare lo Stato e, spiega Fiasco, incassare non «quasi» tutto, ma tutto. «Una miniera d’ oro per la criminalità organizzata», ha spiegato ad Antonio Maria Mira di Avvenire il segretario nazionale della Consulta Nazionale AntiUsura, monsignor Alberto d’ Urso: «È un fenomeno che risucchia milioni di euro ogni anno, che distrugge persone, rovina famiglie, ingrassa gli usurai, inducendo la dipendenza compulsiva in centinaia di migliaia di persone insospettabili». E i più a rischio, ha detto lo psicologo Mauro Croce alla Stampa , «sono i ragazzi, abilissimi a muoversi in Rete. Sono nati sul Web, è casa loro. Ultimamente sono finite nel giro anche le donne. Non entrerebbero mai in una vera bisca, ma dietro uno schermo si sentono più protette, disinibite». Un rischio suicida, secondo la Consulta AntiUsura: «Le nuove generazioni affidano la costruzione del loro futuro all’ azzardo piuttosto che al lavoro. Come può giustificare, lo Stato, la distruzione psicologica, morale, economica e familiare e talvolta anche fisica di tante persone indebitate per il gioco, affermando che ha bisogno di incassare milioni di euro per restaurare monumenti e chiese, quando quel denaro viene sottratto a persone, famiglie che non hanno da mangiare e da pagare l’ affitto?». Ma su tutto c’ è un altro tema, che Mario Monti per primo si deve porre: si può risanare un paese finanziariamente e nello stesso tempo abbandonarlo alle ingordigie di uno Stato biscazziere? Gian Antonio Stella RIPRODUZIONE RISERVATA

Stella Gian Antonio

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